Sono Marco. Uomo. Di Roberto Casu
I racconti dei lettori

Sono Marco. Uomo. (di Roberto Casu)

Sono Marco. Uomo.

Sembra stupido doverlo dire, ma è giusto per farvi capire chi sono, chi son sempre stato e chi sarò in futuro. Rispecchio lo stereotipo del maschio Alfa. Sportivo, appassionato fino all’eccesso del magico universo femminile, duro ma con una rosa spinosa tra le mani.

Un giorno, uno di quelli che non si dimenticano facilmente, tra un vino e una tartina, durante un aperitivo tra amici, entra dalla porta. Mi coglie l’occhio due secondi e, con un brivido che mi attraversa la schiena, cerco di bermi un sorso di tartina al tonno. 

Mi chiamo marco, uomo.

Anche lui si chiama marco. Uomo. Se controllate in un qualsiasi vocabolario “ stereotipo di uomo” trovate in piè pagina un asterisco senza descrizione. Eh sì, sono l’asterisco. Sono quella cosa che non si può descrivere, anche perché sarebbe stupido descriverlo.

Un bacio, una carezza, i forti abbracci e l’ansimare nelle orecchie. Brividi, sussurri, parole dolci e frasi sciocche. Travolti dal vento con il solo rumore del vento a farci da colonna sonora. Vortici di mani che si intrecciano e labbra che si mordono. Tutto quello che, fino a poco tempo prima, donavo a tutte le donne con cui ero stato, mi sono ritrovato a pensarle con lui. E non  è servito a nulla cercare di nascondere le mie emozioni nascondere quel sorriso abbozzato mentre giravo lo sguardo per osservarlo.

Ma sapete, a me non mi importava. Non mi interessava lo sguardo della gente o ancor meno il loro giudizio. Risate a scherno dettate dall’ignoranza di omuncoli che non capiscono e non capiranno mai quanto tutti noi siamo diversi. Perché io sono Marco, uomo, a cui gli è  stata stravolta la vita mettendo in discussione una vita di concretezze, di sicurezze, di casa, di tranquillità.

Ad un tratto, bella come il sole, con quel vestito bianco che si intravvedeva la sua intenzione. Entra lei. Lo guarda, gli sorride e lo bacia.

Era suo, in quel momento come nei giorni precedenti. Lo si capiva da come lo guardava, perché aveva lo stesso sguardo mio, lo stesso mio pensiero e la stessa voglia di quella tempesta di emozioni. Accompagnato dal suo vento di profumo che lasciava il segno nei miei ricordi, mi passa a fianco dirigendosi verso l’uscita. E… col dito… mignolo… mi sfiora il fianco… Mi sorride… E se la porta via chinando il capo timidamente.

Mi chiamo Marco, uomo. E oggi ho capito una cosa. Che la paura del giudizio degli altri uccide la tua voglia di essere te stesso. Ti mangia dal di dentro. Nutrendosi della tua felicità. E non ti lascia nemmeno la forza di dire CIAO.

ROBERTO CASU

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *